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Daniele Zaccone

Scrittore ed Editor - Fondatore di Navigando Parole

La nostalgia anni ’80 e ’90 non è un capriccio generazionale

La nostalgia per i cartoni animati anni ’80 e ’90 non è solo il rimpianto di un’infanzia felice. È un meccanismo culturale.
Torniamo a quel periodo perché era l’ultima epoca in cui il mondo, pur complesso, sembrava leggibile.

Le storie non ti chiedevano di interpretare tutto.
Ti chiedevano di scegliere.

Il bene e il male erano riconoscibili, anche quando erano dolorosi. E questa chiarezza oggi manca come l’aria.


He-Man: il mito solare e la forza come responsabilità

Partiamo da He-Man, che è spesso liquidato come “cartone muscolare” e basta.

Uomini scolpiti come statue greche, donne guerriere con fisici da supermodelle, colori accecanti e un mondo fantasy apparentemente ingenuo. Ma sotto quella superficie c’era una cosa chiarissima: il potere è un peso.

Alla fine di ogni episodio arrivava la morale. Oggi farebbe sorridere, forse infastidirebbe. Allora era un patto:

sei forte, quindi sei responsabile.

He-Man non era un antieroe tormentato. Era un archetipo. E gli archetipi servono quando il mondo è confuso.


Ken Shiro: quando il mondo è già finito

Poi c’era Ken Shiro.
Altro pianeta, altro tono, stesso bisogno.

Hokuto no Ken non raccontava un futuro possibile, ma un futuro già distrutto. Bombe atomiche, violenza, fame, disperazione. Ken non combatteva per salvare il sistema. Combatteva per salvare le persone, una alla volta.

Niente discorsi motivazionali.
Niente redenzione facile.
Solo camminare nel deserto e scegliere, ogni volta, di non diventare un mostro.

Altro che cartone per bambini.


I robottoni giapponesi: crescere troppo in fretta

 

Mazinga, Goldrake, Jeeg, Daitarn, Zambot.
I robottoni giapponesi hanno cresciuto un’intera generazione raccontando una verità scomodissima: l’eroe spesso è un ragazzo che non è pronto.

Pilotare un robot non era un gioco.
Era una responsabilità enorme. Ogni battaglia aveva un prezzo. Ogni vittoria lasciava ferite.

Il robot era una protesi emotiva. Una macchina che amplificava paure, rabbia, senso di colpa. Erano storie di guerra travestite da spettacolo.


Un linguaggio comune, declinato in mondi diversi

He-Man, Ken Shiro, i piloti dei robottoni.
Cultura occidentale, cultura giapponese, immaginari diversissimi.

Eppure dicevano la stessa cosa:

il mondo può essere crudele, ma tu puoi scegliere chi essere.

Non spiegavano tutto.
Orientavano.


Perché oggi ci mancano così tanto

Viviamo in un’epoca orizzontale. Tutto è relativo, tutto è giustificabile, tutto è spiegato. L’eroe viene decostruito prima ancora di esistere. Il cinismo è diventato una posa automatica.

Negli anni ’80 e ’90, invece, le storie erano verticali.
Ti dicevano che il dolore esiste, che perdere fa parte del gioco, che non tutti si salvano. Ma ti davano una bussola.

O stai in piedi.
O crolli.


Il ritorno di He-Man al cinema non è casuale

Il Masters of the Universe del 1987, con Dolph Lundgren, fu un flop. Budget limitato, Eternia sacrificata, Terra usata come scorciatoia. Eppure oggi è un cult, perché aveva cuore.

Il nuovo He-Man in arrivo nel 2026 fa una cosa molto significativa: rispetta l’iconografia.
La Spada del Potere è quella giusta.
I costumi richiamano il cartone.
L’estetica non viene smontata per sembrare “adulta”.

È un segnale chiarissimo: non stiamo tornando agli anni ’80 per scherzo. Ci stiamo tornando per necessità.


Non è nostalgia: è archeologia emotiva

Torniamo ai cartoni animati anni ’80 e ’90 perché ci ricordano chi pensavamo di diventare.
Non chi siamo diventati. Chi era possibile essere.

Ken Shiro che salva chi può.
Un ragazzo che entra in un robot sapendo che potrebbe non uscirne.
Un principe che alza una spada e si assume il peso del potere.

Non sono ricordi.
Sono mappe morali.

E forse continuiamo a cercarle perché oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.


Le serie TV ambientate negli anni ’80: il passato come rifugio narrativo

C’è un indizio chiarissimo che conferma tutto questo discorso, ed è sotto gli occhi di chiunque accenda una piattaforma streaming: oggi le serie TV tornano continuamente agli anni ’80. Non per nostalgia spicciola, non per fare l’occhiolino a chi c’era, ma perché quel periodo è diventato un vero e proprio rifugio narrativo.

Stranger Things è l’esempio più evidente, ma non è un’eccezione. È un modello. Ragazzi in bicicletta che attraversano città sonnacchiose, walkie-talkie che gracchiano nel buio, luci al neon, sintetizzatori, cantine, segreti governativi e adulti che non capiscono o arrivano sempre troppo tardi. Un mondo senza smartphone, senza GPS, senza notifiche continue. Un mondo in cui, per trovare qualcuno, dovevi uscire di casa e rischiare davvero.


Quando il pericolo è reale e nessuno può googlarlo

In queste storie il pericolo non è metaforico. Le istituzioni mentono, gli adulti sbagliano, la sicurezza è un’illusione. Eppure il racconto funziona perché i personaggi agiscono, non commentano. Non spiegano ciò che provano: lo affrontano.

Gli anni ’80 sono l’ultimo momento storico perfetto per raccontare l’avventura proprio per questo. La tecnologia non risolve tutto, l’informazione non è immediata, il mistero può esistere senza essere smontato in trenta secondi. La paura non è verificabile online. È lì, davanti a te, e devi decidere cosa farne.


Perché oggi molte storie non funzionerebbero nel presente

Molte storie, oggi, semplicemente non funzionerebbero ambientate nel presente. Un messaggio risolverebbe il conflitto, una mappa toglierebbe l’ignoto, una posizione condivisa farebbe finire tutto prima ancora di cominciare.

Gli anni ’80 permettono ancora silenzi, sparizioni, fraintendimenti, attese. Permettono tensione. Permettono racconto. Ed è per questo che, quando vogliamo davvero raccontare qualcosa di pericoloso o misterioso, torniamo sempre lì.


L’infanzia come territorio epico, non come zona protetta

C’è poi un aspetto ancora più profondo. In queste serie l’infanzia e l’adolescenza non sono territori fragili da imbottire di protezioni, ma luoghi di formazione reale. I ragazzi prendono decisioni, sbagliano, rischiano, pagano le conseguenze. Crescono.

È la stessa logica dei robottoni giapponesi, dove un ragazzo entra in una macchina più grande di lui, o di Ken Shiro che diventa adulto in un mondo già distrutto. Non c’è infantilizzazione. C’è responsabilità.


Non è nostalgia: è struttura mitologica

Pensare che queste serie funzionino solo perché “strizzano l’occhio ai quarantenni” è riduttivo. Funzionano perché recuperano una struttura narrativa che oggi manca. Conflitti chiari, amicizie assolute, pericoli concreti, scelte che non possono essere annullate con un click.

In altre parole, funzionano perché sono mitologiche. Anche quando parlano di biciclette, cantine e luci intermittenti.


Il passato come bussola, non come rifugio

E così il cerchio si chiude. He-Man, Ken Shiro, i robottoni, le serie ambientate negli anni ’80 parlano tutte la stessa lingua. Non ci chiedono di tornare indietro, ma di ricordare come si raccontano il coraggio, la perdita, la crescita.

Il passato non diventa un rifugio, ma una bussola. Forse torniamo lì così spesso perché il presente è talmente frammentato che abbiamo bisogno di storie che ci orientino. E guarda caso, quelle storie le avevamo già incontrate, seduti sul pavimento, con una spada di plastica in mano e la sensazione che, da qualche parte, essere forti e giusti fosse ancora possibile.

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