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Daniele Zaccone

Scrittore ed Editor - Fondatore di Navigando Parole

«Zaira – Una vita in metamorfosi» di Rossana Lucia Boi

Un libro che si attraversa, non si recensisce

Ci sono libri che si recensiscono e libri che, semplicemente, si accompagnano. “Zaira – Una vita in metamorfosi“ appartiene alla seconda specie. È il taccuino di un lutto, scritto da una sorella per un’altra sorella che se n’è andata troppo in fretta. E già qui voglio essere onesto con voi: non è un romanzo nel senso classico del termine. È un diario nell’anima, prima ancora che nella forma, un flusso di memoria, di dolore e di amore che non cerca l’architettura del romanzo, ma la verità della testimonianza. È bene saperlo prima di entrarci, perché si entra in una casa, non in una costruzione narrativa. E il titolo lo dichiara subito, con onestà: una vita in metamorfosi. È la chiave di tutto.

Zaira: il riconoscimento di una sorella, finalmente

Al centro di tutto c’è Zaira. Una donna nata, come scrive l’autrice: «distrattamente in un corpo maschile».
Una donna che ha attraversato la propria vita come una metamorfosi continua: la transizione a Firenze, il ritorno in Sardegna, la fatica di farsi chiamare con il proprio nome dalla famiglia, dalla madre soprattutto. E il libro, in fondo, è proprio questo: un atto di riconoscimento tardivo. La voce narrante, la sorella, confessa con un coraggio che disarma di non averla mai chiamata davvero «Zaira» finché era viva, di non averla mai pensata fino in fondo come donna. Il lutto, qui, è inseparabile dal rimpianto. Ed è questo che rende il diario qualcosa di più di un memoriale affettuoso: è un’autoaccusa d’amore.

«Se io fossi stata un po’ più attenta… magari era proprio questo che ti mancava per farti sentire più amata, compresa, accettata.»

Qui non c’è soltanto una vicenda d’amore.
C’è molto di più. C’è il peso del passato.
C’è la paura che torna a bussare anche quando credi di esserti messo in salvo.
E c’è quella domanda silenziosa che accompagna ogni pagina:
si può davvero ricominciare?

«Il nostro passato»: la parte più viva del libro

Il libro è costruito in tre parti, e la struttura funziona. La prima: Il nostro passato, è la migliore. È fatta di dischi in vinile, di Raffaella Carrà, di una stanza segreta in giardino con una finestra da cui Zaira si calava di notte, di un gatto siamese, delle «scimmie marine» ordinate da una rivista, della cera per depilarsi mostrata con orgoglio. Sono i capitoli più vivi proprio perché sono i più concreti: qui l’autrice non racconta il dolore, lo lascia emergere dalle cose. Ed è una lezione che vale per tutta la scrittura, l’emozione si mostra, non si dichiara.

«Il mio presente»: il cuore dolente e fragile

La seconda parte: Il mio presente, è il cuore dolente, ma anche il punto più fragile dal lato della scrittura. Sono le pagine del lutto al presente, le passeggiate a Treviso e a Venezia cercando l’eco di una presenza, gli anniversari, i sogni in cui la sorella riappare per pochi istanti. Ci sono immagini bellissime: il dolore inciso come il solco di un vinile, e la sorella diventata «diamante», quella minuscola puntina che sola sa tirar fuori la melodia dalla ferita. C’è la farfalla, metafora insistita e però efficace, che lega la metamorfosi di Zaira in vita alla morte come liberazione finale dal «bozzolo scomodo e troppo stretto». Quando l’autrice tiene la presa sulle immagini, commuove. Quando invece si abbandona all’apostrofe astratta, al dolore che si parla addosso, il testo gira a vuoto, e si ripete. È un diario, e i diari hanno questo diritto; ma da lettore lo dico: la seconda parte avrebbe guadagnato da una mano editoriale che sfoltisse e desse peso.

Il nodo più difficile: quando il dolore cerca un colpevole

E poi c’è il passaggio più difficile, quello su cui non posso tacere. Nelle conversazioni WhatsApp riportate e in alcune pagine successive, il dolore si rovescia nella convinzione che a uccidere Zaira non sia stato il tumore, ma il vaccino e i medici. Sono le pagine più laceranti del libro, e lo sono per un motivo quasi insostenibile: leggiamo una sorella che, certa di aiutare, spinge l’altra, malata terminale, a diffidare delle proprie cure. È un’ironia tragica che il diario non sceglie, ma che la realtà gli ha imposto, e che resta lì, nuda, davanti a chi legge. Lo dico da recensore, non da giudice: questo è il nodo più divisivo dell’opera, ed è giusto che ciascun lettore lo attraversi con i propri occhi. Io non vi porto una verità medica, non è questo il mestiere della recensione, vi segnalo soltanto che qui il libro tocca il fondo del suo dolore, e che quel fondo è anche la sua zona più scomoda.

Le voci dei cari: una piccola polifonia

La terza parte: Attraverso gli occhi dei tuoi più intimi cari, è la sorpresa, ed è una scelta intelligente. L’autrice cede la parola: cugini, cognate, amici d’infanzia, il fratello minore Paride, il nipote Salvatore. È una piccola polifonia che impedisce al ritratto di scivolare nell’idealizzazione di una sola voce.
Arriva la frase atroce della madre «avrei preferito un figlio drogato» e il libro non la addolcisce. Arriva il cugino che invita Zaira a ballare mentre intorno si bisbiglia.
Arriva la cognata che, con onestà rara, ammette che Zaira «aveva un bel caratterino» e che a volte l’avresti voluta «prendere a schiaffi».
È proprio questa imperfezione corale a renderla vera: non una santa, ma una persona, ironica, generosa, ingombrante, ferita.
E il commiato del nipote: «essere Zaira è stata la sua rinascita, per me la sua vera vita è cominciata in quel momento» è forse la pagina più limpida del libro intero.

Perché leggere «Zaira – Una vita in metamorfosi»

Allora, che libro è? È un diario imperfetto, a tratti grezzo, con sbavature di lingua che l’autrice stessa riconosce. Non è levigato, e proprio per questo non mente. Vale per la sua verità, per il coraggio di mettersi a nudo, per due o tre immagini, il vinile, la farfalla, l’incenso, giugno mese di nascita e di morte, che restano addosso.
E vale come gesto: un nome, «Zaira», finalmente pronunciato fino in fondo, anche se troppo tardi.
«Nessuno può mettere Baby in un angolo», cita l’autrice. Questo libro, a modo suo imperfetto e sincero, è il tentativo di toglierla per sempre da quell’angolo.

Non è un libro che si consiglia a cuor leggero. È un libro che si attraversa, come si attraversa un lutto: rispettandone i tempi. E se in chi legge è rimasta dell’umanità, per usare le parole stesse dell’opera, alla fine il dolore è giusto.

A te, Zaira. Ovunque tu sia.

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