Home » “Screampunk“ di Cosimo Argentina
Scrittore ed Editor - Fondatore di Navigando Parole
La narrativa è spesso un insieme di filtri. Una versione ripulita, metaforica, messa in posa dell’esperienza umana. Ma ogni tanto – raramente – arriva un testo che si rifiuta di indossare guanti bianchi, che non chiede il permesso, che rompe gli accordi non scritti tra autore e lettore. Screampunk, il nuovo romanzo di Cosimo Argentina pubblicato da Delos Digital per la collana Odissea Fantascienza curata da Silvio Sosio, appartiene a questa specie rara e quasi sempre scomoda.
Non è un libro furbo, non cerca di piacere a tutti. Ed è decisamente troppo vivo per essere considerato un semplice romanzo futuristico. Qui la fantascienza serve solo da trampolino: il salto avviene dentro un abisso umano, non tecnologico.
Gualtiero Sumatra – anti-eroe, uomo violento, godereccio, “sano molesto” e autodistruttivo – viene punito non con la morte, ma con qualcosa di ancor più irreparabile: viene “traslato” dal 2035 al 2095, un futuro apparentemente evoluto ma in realtà profondamente corrotto. E da lì inizia un viaggio che non si può definire né pedagogico né liberatorio, ma piuttosto un concentrato di collasso sociale, censura morale e disperazione esistenziale.
Il futuro non è risolto. È stato sterilizzato.
È una prigione senza sbarre.
Il termine non esisteva fino a questo libro. Lo crea Argentina stesso, ed è interessante capire come lo definisca:
«Con questo romanzo nasce lo Screampunk, un nuovo genere irriverente, bastardo, duro, violento, una ribellione contro tutto a partire dalla letteratura ombelicale, ripetitiva, timida e socialmente disinnescata.»
Non è steampunk, non è cyberpunk. Lo screampunk è la volontà di rompere lo schema e riportare la narrativa – soprattutto quella di genere – a una funzione primaria: urlare contro lo stato delle cose. Il romanzo diventa un atto di sabotaggio: alla trama, alla morale, al linguaggio stesso.
Questo è uno dei punti di forza più evidenti del romanzo. La scrittura non giudica il protagonista: è il protagonista. È sporca, volgare, cruda, ma anche profondamente pensata. Argentina utilizza un registro colloquiale estremo, ma lo fa con una consapevolezza tecnica impeccabile: la sua sintassi è tagliente, dinamica, spesso spezzata. Perfetta per restituire il caos mentale di un uomo in lotta con sé stesso e con un mondo che lo ha già condannato.
Facciamo degli Esempi chiari e diretti come Screampunk…
«Vorrei chiedergli come cazzo fai a sapere il mio nome, ma me ne sto zitto e muto.»
«Sono un godereccio, un laido teppista, un ladro, un sordido porco e questa punizione temo di essermela meritata.»
Argentina non usa la volgarità come colore, ma come materia. Ogni imprecazione appartiene a un sistema narrativo coerente: la lingua è degradata perché lo è anche la realtà rappresentata. In questo senso, il romanzo richiama certe opere di Irvine Welsh (Trainspotting) o di James Ellroy, dove il linguaggio non è accessorio ma essenziale per capire la mente di chi racconta.
A differenza della distopia classica (da Orwell a Bradbury), Screampunk non chiede al lettore di identificarsi con la ribellione eroica, ma con una condizione di impotenza, rabbia e vuoto. Non ci sono messaggi nascosti, non c’è allegoria sottile. La perdita dell’umanità è immediata, diretta, riconoscibile anche oggi.
Ed è proprio questo che fa male: il futuro che Argentina descrive non è così distante dal nostro. È solo una versione più estrema delle ipocrisie che già conosciamo.
Questo romanzo non è “piacevole”. Non è catartico. Non ha una morale di consolazione. E proprio per questo funziona.
Può disturbare? Certo.
Può offendere? Anche.
Ma la letteratura ha ancora diritto di fare queste cose? Screampunk sembra rispondere: sì, più che mai.
Screampunk è un romanzo estremo, in tutti i sensi. È innovativo non perché inventa mondi nuovi, ma perché rivuole indietro la verità cruda del presente. Non è per tutti, ma è perfetto per chi cerca nella letteratura non una carezza, ma uno schiaffo.
È un romanzo che ti lascia sporco, incazzato, disturbato.
E proprio per questo, necessario.